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Il Laboratorio Chimico è nato circa mezzo secolo fa e nel 1980 si è ampliato, divenendo un’azienda speciale della Camera di commercio di Torino, spostandosi nella nuova sede in via Ventimiglia 165.

Opera senza fini di lucro come organismo tecnico per la Camera di commercio di Torino e collabora con le altre Camere di commercio nello svolgimento dei compiti di promozione economica, offrendo alle imprese ed ai consumatori un servizio di analisi, consulenza e formazione assolutamente indipendente ed imparziale.
[Fonte: Camera di Commercio di Torino]

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Slow Food è un’associazione non-profit che conta 100.000 membri in 150 paesi del mondo. Fondata da Carlin Petrini nel 1986, si pone l’obbiettivo di promuovere nel mondo il cibo buono, pulito e giusto.

Buono da mangiare, per le sue qualità organolettiche, ma anche per i valori identitari e affettivi che si porta dietro.
Pulito perché prodotto in modo ecosostenibile e rispettoso dell’ambiente.
Giusto perché conforme all’equità sociale durante la produzione e la commercializzazione.
[Fonte: Slow Food]

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La frazione di Cortereggio (Cortress in piemontese) è situata all’interno del comune di San Giorgio Canavese, in provincia di Torino. L’abitato della frazione è posto a sud del capoluogo, da cui dista circa 5 chilometri, a 245 m s.l.m. in esclusiva e totale pianura accanto al Torrente Orco. Le principali strade di accesso a Cortereggio sono quelle che lo collegano ai vicini comuni di Lusigliè e San Giusto Canavese. La documentazione archivistica e lo stesso toponimo (Curtis Regia) attestano l’origine altomedievale dell’insediamento di Cortereggio.

Cortereggio conta attualmente 170 abitanti circa.

Il borgo di Cortereggio è caratterizzato da una struttura urbanistica molto compatta ad impianto ortogonale. Sulle strette vie si affacciano le numerose cascine con portici, legnaie e fienili che si sviluppano lungo il lato strada, cui seguono il cortile, le stalle e la parte abitativa nel lato più interno. Al centro della frazione si trova la chiesa, dedicata alla Natività di Maria Vergine, che fu a lungo una cappellania semiautonoma posta alle dipendenze dall’arciprete di San Giorgio. In occasione della solennità della Natività della Vergine, titolare della chiesa frazionale, si compie una processione in cui le giovani donne della borgata portano sul capo le “caritore”, caratteristici coni infiorati. A Cortereggio si solennizza anche la festa patronale di Santa Lucina che cade il 30 giugno; essa viene celebrata l’ultima domenica di giugno o la prima domenica di luglio con una processione attraverso le vie della frazione in cui si porta l’urna-simulacro effigiante la santa martire.

Attualmente il territorio di Cortereggio, così come il capoluogo San Giorgio, sono parte della diocesi di Ivrea, ma fino al 1805 la giurisdizione spirituale su Cortereggio era esercitata dall’abate nullius di San Benigno di Fruttuaria. Presso il Museo civico di San Giorgio Canavese “Nòssi Ràis” è conservato il meccanismo dell’orologio realizzato nel Settecento dal calusiese Domenico Massa per il campanile di Cortereggio.

La Piattella canavesana di Cortereggio
Cortereggio è luogo di produzione della piattella canavesana di Cortereggio (faseul ëd Cortress in piemontese), una varietà locale di fagiolo. Si tratta di un “fagiolo bianco, reniforme, piuttosto piatto – da cui il nome piattella – e con una buccia che la bassa concentrazione di calcio nel suolo rende molto sottile. Le piattelle erano un’importante risorsa economica per le famiglie del luogo, che le vendevano a clienti di tutto il Canavese. Tradizionalmente si seminavano assieme al mais, le cui piante fungevano da tutore per quelle del legume”. A partire dagli anni Ottanta del Novecento la produzione venne via via abbandonata e fu mantenuta la coltivazione, per uso esclusivamente famigliare, solamente da parte di qualche agricoltore locale. Nel 1981 però l’agricoltore Mario Boggio consegnò alcuni chilogrammi di questo fagiolo alla banca del germoplasma presso la Facoltà di scienze agrarie dell’Università degli Studi di Torino, così da conservarne la semente. Grazie alla lungimirante iniziativa di Mario Boggio la coltivazione della piattella è stata ripresa dagli agricoltori di Cortereggio, che hanno dato vita ad una associazione con l’obiettivo di recuperare e promuovere questa antica coltura. Dal 2010 la Piattella canavesana di Cortereggio è Presidio Slow Food.
[Fonte: Wikipedia]

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Il territorio della Comunità Montana Valli Orco e Soana (CMVOS) è situato nel Piemonte nord-occidentale, lungo l’alto bacino dell’Orco, fra i bacini della Dora Baltea e della Stura di Lanzo, nella parte orientale delle Alpi Graie, nell’alto Canavese.

Geograficamente, la zona occupata dalla CMVOS è posta a circa 45°25′ di latitudine Nord e a 7°28′ di longitudine Est (Comune di Locana).

La CMVOS confina a Nord con la Comunità Montana Grand Paradis e la Comunità Monte Rosa (in Valle d’Aosta) a Est con la Val Chiusella e la Comunità Montana Valle Sacra; a Sud-Est con la Comunità Montana Alto Canavese; a Sud con la Comunità Montana Valli di Lanzo; a Ovest con la Francia (Val d’Isère e Val d’Arc e Parco Nazionale della Vanoise). La superficie dell’intero territorio è di circa 620 km2.

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Dal 1994 il Dipartimento di Informatica dell’Istituto Tecnico Industriale Statale Giacomo Fauser di Novara amplia il campo di ricerca e sviluppo al settore telematico integrando la propria LAN nella rete Internet e diventa così un “nodo” significativo per la realtà novarese grazie anche alla collabo-razione con il CSP di Torino.Nel 1995 viene costituito all’interno del Dipartimento il Centro di Calcolo e Reti che implementa Fauser – Net ossia l’insieme dei servizi telematici, reti e domini dedicati: all’istituto alla comunità scolastica della provincia al territorio (ISP).Nel 2000 il Fauser viene individuato dalla Provincia di Novara come Centro di Eccellenza per la Ricerca Sviluppo e Sperimentazione di tecnologie avanzate Informatiche e Telematiche

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Il DI comprende 14 docenti e ricercatori, tutti del settore scientifico disciplinare INF01:Il DI è stato costituito nel giugno 2002. Precedentemente tutti i membri dell’attuale DI afferivano al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Avanzate (DISTA). Le linee di ricerca del DI si articolano in sei aree principali, all’interno delle quali vengono portate avanti diverse tematiche specifiche:

  • Intelligenza Artificiale (Apprendimento automatico, Data Mining, Rappresentazione della conoscenza e ragionamento, Applicazioni di Intelligenza Artificiale in Medicina)
  • Sistemi di calcolo: Metodi formali per la valutazione delle prestazioni e dell’affidabilità
  • Reti di calcolatori: Sicurezza, Grid Computing, Peer-to-Peer Computing, Autonomic Computing
  • Sistemi multimediali (Codifica, compressione, sincronizzazione e trasmissione di flussi multimediali nella rete Internet
  • Semantica e logica della programmazione
  • Algoritmi e strutture dati per la compressione e indicizzazione di testi.

L’attività di ricerca si svolge, in generale, nell’ambito di progetti nazionali o internazionali che costituiscono le principali fonti di finanziamento. Talvolta si tratta di progetti trasversali che coinvol-gono più aree e più gruppi di ricerca del DI che quindi sono indotti a lavorare in modo sinergico.Il DI offre un programma di Dottorato di Ricerca in Informatica, in consorzio con l’omonimo Di-partimento dell’Università di Torino: attualmente vi sono 23 dottorandi iscritti a tre cicli di dottora-to, di cui 4 svolgono la propria attività presso il DI; nel mese di febbraio 2006 hanno conseguito il titolo di dottore di ricerca (XVIII ciclo) 7 candidati, di cui 2 con relatori del DI.Attualmente il DI collabora collaborazione con l’Università di Paris Dauphine (Parigi, Francia) per una tesi di dottorato in cotutela, e con il CSI Piemonte per una tesi di dottorato su Data Mining.

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Borgofranco d’Ivrea, piccolo borgo agricolo sorto verso la fine del 1200 per volontà del vescovo di Ivrea e del Marchese del Monferrato per costituire un avamposto in una zona contesa, nel corso dei secoli e con alterne vicende si è trasformato nell’attuale complesso abitato posto alla confluenza di un importante nodo stradale che collega Piemonte, Biellese, Valle d’Aosta e da lì Francia e Svizzera. Anticamente da Borgofranco passavano i pellegrini che dall’Inghilterra e dalla Francia partivano per raggiungere Roma, la rinnovata Via Francigena.

Un territorio dove sono ancora evidenti i segni lasciati da una storia ad economia agro-pastorale: dall’antico Ricetto, quasi intatto, con la regolarità delle sue vie e l’architettura tipicamente rurale delle abitazioni composte da due o tre piani con grandi logge ad archi ed ampie “travà” per stalle e deposito fieno, alle frazioni sparse all’intorno, ognuna con la sua chiesina spesso molto antica e un bel campanile romanico di recente ristrutturato in frazione San Germano.

Sono presenti inoltre edifici di notevole importanza quali la Birreria De Giacomi, fabbrica di birra risalente all’inizio del secolo scorso; all’incirca dello stesso periodo quella grande villa immersa nel verde che fu lo stabilimento idroterapico e infine il cinquecentesco Palazzo Marini, attualmente sede del “centro educazione all’arte” (www.palazzomarini.net/).

Ciò che distingue Borgofranco dagli altri paesi del Canavese è lo straordinario complesso dei Balmetti, architetture spontanee nate sulla base di cantine che sfruttano correnti d’aria a temperatura costante provenienti da cavità naturali e prodotte da eventi geonaturali particolarissimi.
[Fonte: Sito ufficiale del Comune di Borgofranco d’Ivrea]

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Nel 1125 anno in cui per la prima volta viene citato in un documento, Mombercelli faceva parte della contea di Loreto. Ma si tende a ritenere che la sua fondazione sia da collocare in epoca longobarda. Verso il Mille, questo centro assai dotato di strutture fortificate, estendeva il suo dominio anche sulle terre di Malamorte (Belveglio) e Vigliano.

Nel 1160 il comune di Asti strinse con Mombercelli, che gli aveva giurato fedeltà, un’alleanza militare e provvide ad edificare una propria torre nel recinto del castello.
Durante le lotte tra guelfi e ghibelli Mombercelli fu teatro di vicende sanguinose. prima con la conquista del paese ad opera di Martino Alfieri, poi con la riconquista astigiana accompagnata da spoliazioni e massacri.

Nel 1342 si afferma, sull’Astigiano, il dominio di Galeazzo Visconti. Ma Mombercelli, con altri centri vicini, non venne compreso nei beni dotali concessi a sua figlia Valentina e finì direttamente nell’orbita del Ducato milanese: vi doveva rimanere per oltre tre secoli, fino al 1736 quando passò nei domini sabaudi. Come “feudo imperiale” potè a lungo beneficiare di alcuni privilegi che furono alla base della sua fortuna commerciale.

Di estrazione milanese era anche la famiglia che dal 1538 e per secoli, dominò il castello del luogo: i Maggiolini, in comproprietà con i Bellone e gli Asinari di Bernezzo. Come tutti i paesi dell’area, anche Mombercelli conobbe a lungo l’odioso, pesante gravarne rappresentato dalle alloggiate militari, e dai costi che esse comportavano; la continua presenza di truppe e di sbandati fu anche all’origine della piaga del contrabbando e del banditismo che per lungo tempo assillò la Comunità, gettandola letteralmente sul lastrico.

Durante la guerra tra Cristina di Francia ed i cognati Principi Tommaso e Maurizio, Mombercelli fu occupato dai Francesi fino al 1650 e rioccuato dagli Spagnoli. L’occupazione si ripetè durante la guerra di successione spagnola nel 1736, per cessione dell’Austria, Mombercelli entra a far parte del Regno Sardo.

Di estrazione milanese era anche la famiglia che dal 1538 e per secoli, dominò il castello del luogo: i Maggiolini, in comproprietà con i Bellone e gli Asinari di Bernezzo. Come tutti i paesi dell’area, anche Mombercelli conobbe a lungo l’odioso, pesante gravarne rappresentato dalle alloggiate militari, e dai costi che esse comportavano; la continua presenza di truppe e di sbandati fu anche all’origine della piaga del contrabbando e del banditismo che per lungo tempo assillò la Comunità, gettandola letteralmente sul lastrico.

Durante la guerra tra Cristina di Francia ed i cognati Principi Tommaso e Maurizio, Mombercelli fu occupato dai Francesi fino al 1650 e rioccuato dagli Spagnoli. L’occupazione si ripetè durante la guerra di successione spagnola nel 1736, per cessione dell’Austria, Mombercelli entra a far parte del Regno Sardo.

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Si hanno i primi cenni all’esi­stenza del paese in alcuni atti del ‘400 d.C. Aulianum, Alianum, Ajanum ed anche Aglanum è detto negli antichi documenti, mostrando nella tenninazione “anum” una chia­ra origine romana.

Agliano acquistò rinomanza nel medioevo, per la celebre Bianca Lancia. Federico II di Svevia, figlio dell’imperatore Enrico VI e di Costanza d’Altavilla, nipote del Barbarossa, capitò, intorno al 1225 nel castello di Agliano e si innamorò perdutamente della castellana: la bellissima Bianca Lancia. Federico la portò con sé, e da lei ebbe, a Palermo, un figlio, Manfredi, che fu poi re di Napoli e di Sicilia e che morì, nel 1266 a Benevento, combattendo con­tro Carlo d’Angiò. La figura di Manfredi ispirò a Dante uno dei Passi più belli del Purgatorio: “lo mi volsi ver lui e guardail fi­so: biondo era e bello e di gentile aspetto” .

Terminate le lotte fra Astigiani e Alessandrini, Agliano divenne teatro di quelle fra Guelfi e Ghi­bellini astigiani. Nel 1531 fu aggregato, insieme alla contea di Asti, ai domini dei Savoia, ma la peste del 1629 ed una grande carestia, ridussero il paese a poco più di 300 abitanti. Durante le guerre fra il Duca di Savoia e gli Spagnoli per la suc­cessione del Monferrato, Aglia­no dovette soccombere a molte­plici disastri fra i quali, la di­struzione del suo castello.

Nella storia recente Agliano Terme si distingue per la lotta partigiana. Dopo l’8 settembre 1943, sorge l’esigenza di coordinare, con un organismo superiore, l’azione dei vari comandi delle forma­zioni partigiane e dei C.L.N. Si decise quindi di formare una Giunta di Governo per la zona liberata, la cui sede venne collo­cata presso i locali dell’hotel Fons Salutis.

Nel 1998 ad Agliano Terme venne conferita la medaglia d’oro al valor partigiano per l’importante ruolo avuto duran­te il periodo della Resistenza.

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La Comunità Collinare Val Tiglione e dintorni è un’unione di dodici comuni appartenenti alla provincia di Asti, sorta nel dicembre del 2000 con il fine di promuovere lo sviluppo del territorio dei comuni associati. Prende il nome dal torrente Tiglione.

Ne fanno parte:

  • Agliano Terme
  • Azzano d’Asti
  • Belveglio
  • Castelnuovo Calcea
  • Isola d’Asti
  • Mombercelli
  • Mongardino
  • Montaldo Scarampi
  • Rocca d’Arazzo
  • Vaglio Serra
  • Vigliano d’Asti
  • Vinchio
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Fondata nel 1198, Cuneo prende il nome dalla forma dell’altopiano su cui sorge, alla confluenza del torrente Gesso con il fiume Stura, un triangolo con una punta conficcata nel cuore della pianura e le altre due aperte verso le montagne e le sei meravigliose vallate che portano in Francia.

È la città dei sette assedi, indomita e ribelle, ma anche una città salotto, caratterizzata da un’atmosfera di accoglienza e ospitalità. Centinaia di metri di portici, che ne fanno un vasto centro commerciale all’aria aperta, partono da via Roma, la strada principale del centro storico, per arrivare alla vasta ed elegante Piazza Galimberti, il salotto della città che tiene viva la memoria della Resistenza e della Medaglia d’Oro di cui la città si fregia, e procedere verso le moderne geometrie della città nuova lungo corso Nizza.

Sulle strade principali si affacciano i portali delle chiese più antiche, il palazzo del Municipio e le case della vecchia nobiltà, mentre le vie più strette nascondono tesori come le chiese di Santa Chiara e Santa Croce, Contrada Mondovì con la sinagoga dell’ex ghetto ebraico, il Teatro Toselli e i palazzi medioevali dominati dall’ex chiesa di San Francesco.
Dalle radici delle antiche mura possenti sono germogliati sipari di verde che affondano nel parco intorno alla città e si estendono nei numerosi viali e giardini, lungo l’alberata striata di luci ed ombre del Viale Angeli, facendo di Cuneo la “Capitale verde del Piemonte”.

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L’Orto Botanico di Torino fu fondato nel 1729 per volere di Vittorio Amedeo II; in quello stesso anno fu istituita la cattedra di Botanica. A tenere l’insegnamento e a dirigere l’Orto fu chiamato il medico Giuseppe Bartolomeo Caccia. Il giardino era strutturato in modo geometrico, con due grosse vasche in cui convergevano serie di aiuole e stradini; le aiuole erano, e sono tuttora, delimitate da “bargioline”, sottili lastre di pietra di Barge, infisse nel suolo.

Inizialmente l’Orto non possedeva strutture edificate; sul lato Nord vi era una gradinata digradante su cui venivano posti i vasi contenenti specie eliofile; forse su questo stesso lato esisteva una piccola serra. La superficie originaria corrispondeva a circa 6800 mq. Sotto la direzione di Allioni, nella seconda metà del 1700, erano coltivate circa 4500 specie. Nello stesso periodo iniziò l’attività di illustrazione, da parte di pittori professionisti, di specie autoctone ed esotiche coltivate nell’Orto: nacque in questo modo la collezione di oltre 7000 tavole dipinte a mano che costituiscono l’Iconographia Taurinensis che fu interrotta nel 1868.

La struttura rimase invariata per tutto il settecento; nel 1796 fu annessa un’ala adibita ai servizi del settore ovest del Castello del Valentino ed una zona a nord di notevole ampiezza, tanto che la superficie raggiunse circa 20.000 mq. Tale area era separata dal giardino da un fabbricato di due piani, di cui l’inferiore ospitava un’arancera e il superiore un Museo e un erbario. Agli inizi dell’800 furono impiantate specie arboree che trasformarono “a viale” la parte centrale del giardino. L’utilizzazione completa del terreno che costituiva l’intero Orto Botanico risale al 1831, durante la direzione di Moris. In tale periodo vennero costruite serre fredde, arancere e serre calde seminterrate per la coltivazione di specie tropicali, mentre nell’area a nord, denominata “boschetto” furono sistemate secondo il “metodo naturale” di De Candolle un centinaio di specie arboree ed arbustive. Con l’intento di creare un effetto scenico furono appositamente modellate collinette e piccole valli, si scavò un percorso di canalizzazioni e venne tracciata una rete di sentieri. Dopo il 1876 i locali al piano terreno del fabbricato furono destinati a laboratori per il nascente Istituto, e ciò richiese l’eliminazione di alcune serre. Nel 1892-93 l’edificio fu raddoppiato in larghezza, dotato di una grande aula ad emiciclo e di un ampio locale per l’Erbario.

Un’iniziativa di ammodernamento che merita di essere ricordata è la costruzione nel 1962-63, dell’Alpineto, destinato alla coltivazione di piante alpine e successivamente (1985), la costruzione di una serra per piante succulente. Dal 1997 si è data una svolta all’impostazione dell’Orto Botanico, senza snaturarne la funzione didattica e senza modificare sostanzialmente l’impianto strutturale. Come Museo vivente continua infatti a mostrare al pubblico specie della flora locale, specie utili e curiosità esotiche ma, accanto a queste ostensioni, si è attuato un piano di salvaguardia della biodiversità con la conservazione in ambiente protetto di specie a rischio appartenenti sia alla flora locale, sia esotica. Contemporaneamente, sfruttando le più avanzate conoscenze delle ricerche sistematiche, che si avvalgono anche di metodologie di chemotassonomia e biologia molecolare, si stanno ricollocando le diverse entità secondo più moderne acquisizioni scientifiche. Nel “boschetto” si è, inoltre, ricostruito un lembo del bosco planiziale delle zone occidentali della Pianura padana, evidenziandone l’evoluzione in termini di modificazioni floristiche legate ai cambiamenti climatici a partire da un tempo immediatamente precedente le grandi glaciazioni del Quaternario.

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L’Associazione Franco Casetta è nata da un gruppo spontaneo formatosi a partire dal dicembre 2007, per iniziativa di Paolo Pasquero (classe 1925), uno degli ultimi esponenti della Resistenza Partigiana roerina, membro della 23a Brigata Canale. Paolo per oltre 50 anni ha raccolto e conservato materiali che documentano il periodo storico della Liberazione dal fascismo.

Dal maggio 2010 l’associazione, con la consulenza del Prof. Luciano Boccalatte dell’Istituto Storico della Resistenza di Torino, ha intrapreso un’attività di riordino e catalogazione di questi documenti.

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Un ecomuseo ha come caratteristica principale quella di tutelare le tracce delle società rurali e di presentare al visitatore una comunità nel suo divenire storico; in questo modo “gli oggetti del museo” diventano i paesaggi, l’ambiente e l’architettura, ma anche le persone, le testimonianze della tradizione e gli oggetti della vita quotidiana.

L’Ecomuseo delle Rocche del Roero, sito a 20 minuti da Alba e dalle Langhe, riunisce in un unico museo a cielo aperto gli otto comuni di sommità sorti dopo l’anno mille sulla faglia delle Rocche, fenomeno geologico di erosione che caratterizza la porzione centrale del Roero. Da Cisterna a Pocapaglia ci si imbatte in un territorio unico: paesini arroccati in cima a burroni che sprofondano per centinaia di metri, una flora unica composta da microclimi secchi che convivono accanto ad altri estremamente umidi, testimonianze di vita contadina che ancora resistono nonostante gli stimoli della modernità.

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L’Associazione Museo Arti e Mestieri di un tempo nasce il 16 gennaio 1990 su iniziativa di Bartolomeo Vaudano, già Presidente della locale Pro-Loco, e conta all’inizio 14 soci fondatori. Secondo quanto affermato dallo statuto, l’Associazione si prefigge lo scopo di ordinare, amministrare e conservare il Museo Arti e Mestieri di un tempo; diffondere e stimolare gli studi, le ricerche e le esperienze in tema di arti e mestieri di un tempo; porsi come riferimento didattico-culturale; curare le attività legate alla storia e alle tradizioni contadine della zona.

L’iniziativa di raccogliere oggetti, utensili, macchine ed attrezzature legate alle tradizioni contadine si deve ad un ristretto numero di persone. Questa ricerca si è estesa nel circondario della provincia ma ha particolarmente coinvolto gli stessi cisternesi.

Il Museo che ha lo scopo di conservare e tramandare usanze e mestieri di una cultura in estinzione o in trasformazione è stato inaugurato il 5 ottobre 1980. Per l’allestimento si decise di utilizzare alcuni locali del castello (cantine) con la ferma intenzione di indovinarne il riutilizzo e di salvarlo da un rovinoso abbandono. Il museo si configurò fin dall’inizio come di tipo “generalista”: la prima iniziativa si limitò all’accaparramento di materiale e ad una sommaria e troppo concentrata esposizione. Grazie ai contributi della regione Piemonte si è provveduto a redigere un primo progetto riguardante il sottotetto del castello (1983) prevedendo un più organico allestimento secondo percorsi di visita studiati in modo tale da permettere al museo una migliore funzione storica e didattica. Al piano terreno sono rimaste la cantina, la sala dei cereali e gli attrezzi agricoli troppo ingombranti per essere spostati. Nel 1993-94 ulteriori finanziamenti hanno permesso di intervenire anche sui locali del piano nobile, a suo tempo già adibiti a sede municipale e scuola elementare, permettendo così di completare la sede espositiva del museo.

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Il comune di Cisterna d’Asti è caratterizzato da un territorio sopratutto collinare, coperto da boschi e vigneti.

E’ un tipico esempio di borgo di origine antica, cinto un tempo da mura e scarpate naturali e dominato da due complessi edilizi: il castello e la chiesa parrocchiale.

Il castello medioevale risale all’XI secolo o XII secolo; la cisterna che custodisce al suo interno dà il nome al toponimo locale.

Ospita dal 1980 il locale Museo Arti e Mestieri di un tempo.

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La Comunità Montana è l’ente di secondo livello che rappresenta complessivamente la realtà territoriale della Valsesia, gestisce i servizi associati su delega dei Comuni e persegue una strategia unitaria per lo sviluppo dell’insieme dell’area. La funzione più importante della Comunità Montana Valsesia è quella di programmazione dello sviluppo socio-economico che si realizza attraverso lo strumento del “piano pluriennale di sviluppo socio-economico”.

All’interno di questo quadro l’Ente, per attribuzioni dirette da parte legislativa o per deleghe specifiche da Regione Provincia e soprattutto dai Comuni partecipi, esercita le proprie azioni operative e di servizio al territorio, oltre a sviluppare progetti innovativi finanziati con risorse Comunitarie, Nazionali o Regionali.

Questa realtà è costituita da 28 Comuni per un totale di circa 34mila abitanti, il territorio si estende per 763 Km quadrati, l’altitudine media è di 797 m .s.l.m.; il 60% del territorio è ricoperto da boschi.

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E’ fra i più importanti enti culturali varallesi. Il nucleo più antico dei suoi fondi librari proviene dal convento di Santa Maria delle Grazie, edificato sul finire del ‘400 per opera dei francescani.

Dopo l’allontanamento definitivo dei frati, in ottemperanza alle disposizioni contenute nella legge del 7 luglio 1866, l’antica biblioteca passò al Comune di Varallo.

Alla fine dell’800 i lasciti del canonico Pietro Camaschella e del sacerdote Natale De Gaudenzi, contribuirono ad aumentare il patrimonio. Nel 1915, con il legato disposto da Marietta Farinone, vedova Centa, fu istituita la Biblioteca Civica, che prese il nome della benefattrice e trovò collocazione nel suo palazzo in via Vietti. Nel 1954 venne trasferita nel palazzo Racchetti.

Negli ultimi anni si è arricchita della biblioteca Durio, che comprende prevalentemente pubblicazioni di interesse valsesiano, della biblioteca Mittino e della biblioteca Cognasso.

Attualmente la biblioteca conserva un patrimonio di circa 60.000 volumi e opuscoli, testate di periodici di cui parecchi antichi, manoscritti, fotografie stampe e disegni.

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Il Sacro Monte di Varallo è gestito dall’ente regionale denominato Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte di Varallo.

La Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte di Varallo è stata istituita dalla Regione Piemonte con la legge n. 28 del 30 aprile 1980 per salvaguardare le caratteristiche ambientali e paesaggistiche del Sacro Monte, garantire il ripristino e la conservazione del complesso storico religioso e favorirne la fruizione a fini scientifici, culturali e didattici.

La Riserva è amministrata da un Consiglio di amministrazione formato da nove rappresentanti, cinque designati dal Comune di Varallo (di cui uno di minoranza), tre dalla Regione Piemonte (di cui uno di minoranza) ed uno dalla Provincia di Vercelli. Il Consiglio elegge al suo interno una Giunta Esecutiva ed un Presidente.

La Riserva opera per conservare e mantenere il complesso storico artistico e ambientale del Sacro Monte con appositi finanziamenti e grazie al lavoro del proprio personale dipendente, un direttore storico dell’arte e personale tecnico, amministrativo, addetto alla manutenzione dell’area (vegetazione e infrastrutture) e guardiaparco.

Cura la pulizia, il decoro e la manutenzione del giardino, dei percorsi e delle strutture a servizio della fruizione, nonché la manutenzione e il restauro delle cappelle, la ricerca, gli studi e la valorizzazione del complesso.

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La Società di Incoraggiamento allo Studio del Disegno e di Conservazione delle Opere d’Arte in Valsesia – Onlus, è un’associazione senza scopo di lucro, eretta in Ente Morale con Regio Decreto 22 aprile 1915, n. 581 ed iscritta nel Registro delle Persone Giuridiche della Regione Piemonte, proprietaria della Pinacoteca e del Museo di Storia Naturale “Pietro Calderini” ospitati nel Palazzo dei Musei di Varallo.

Lo scopo primario dell’associazione è volto alla valorizzazione, alla cura e alla conservazione delle importanti raccolte che la Pinacoteca custodisce, attraverso il riallestimento delle collezioni e grazie al recupero del Palazzo dei Musei a standard di efficienza e sicurezza ottimali. L’obbiettivo che si desidera raggiungere nei prossimi anni è il riallestimento delle sale espositive in modo da completare il percorso museale rendendo fruibili al pubblico le collezioni del Sei e del Settecento, la collezione “Tirozzo” di arte moderna e la collezione “Remogna”, quest’ultima recentemente donata alla nostra Società.

L’ambizioso progetto implica anche la valorizzazione del salone storico della Società di Incoraggiamento, la futura riapertura del Museo di Storia Naturale Pietro Calderini, ospitato al secondo piano del Palazzo e la musealizzazione, al piano terreno, degli spazi e della raccolta di materiali della Scuola Barolo. Il progetto sarà reso possibile solo attraverso il completo risanamento strutturale del Palazzo.

Dal 1995 ad oggi si è completata la ristrutturazione delle coperture del Palazzo dei Musei delle ali sud, est, ovest, il risanamento dell’edificio della Casa Valsesiana, che ospita gli uffici, e del suggestivo spazio della ex Chiesa di San Carlo, dedicata alle esposizioni temporanee. Sono state riallestite, restaurando quasi l’intero corpus delle opere che vi sono conservate, le sale della pittura e scultura del Rinascimento ed il Salone dedicato a Tanzio da Varallo e alla pittura del XVII secolo.

Importanti allestimenti sono stati realizzati grazie ai fondi generosamente stanziati dalla Regione Piemonte, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli e dalla Fondazione Banca Popolare di Novara per il Territorio. Grazie ai contributi in conto gestione devoluti all’Associazione dal Comune di Varallo, dalla Comunità Montana Valsesia e, grazie alla collaborazione instaurata con la Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte di Varallo e al prezioso contributo dei volontari, la Pinacoteca è aperta al pubblico tutto l’anno.

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L’Agenzia di Accoglienza e Promozione Turistica Locale “Turismo Valsesia Vercelli” dal 1997 è impegnata con costanza ed entusiasmo nella promozione e nella valorizzazione di un territorio variegato e complesso, come la provincia di Vercelli.
Nata in seguito alla Legge Regionale n. 75 del 1996, è una società consortile a responsabilità limitata; i suoi soci rappresentano le diverse realtà pubbliche e private dell’intera area.

Per contribuire allo sviluppo turistico del territorio, Turismo Valsesia Vercelli si muove su due fronti: da un lato organizza le attività di informazione, di accoglienza e di assistenza turistica e dall’altro promuove le risorse della provincia e rafforza il patrimonio turistico.

L’esauriente collana di depliant, brochure e guide pubblicate da ATL è in prima linea nel fornire informazioni sia al turista che è già sul posto, sia ai potenziali utenti che possono richiedere l’invio postale del materiale informativo. Ma la loro utilità non si ferma qui: le pubblicazioni sono un efficace biglietto da visita che, durante le fiere e le borse del turismo, danno un contributo fondamentale alla promozione delle potenzialità turistiche della nostra zona.

L’impegno di Turismo Valsesia Vercelli ha un legame profondo con il territorio: con la sua professionalità e la sua esperienza contribuisce concretamente all’organizzazione dei più importanti eventi della provincia, dal rinnovarsi delle antiche tradizioni, alle manifestazioni più innovative e originali, sempre con lo scopo di valorizzare i mille volti del territorio.

Il territorio della provincia di Vercelli è molto eterogeneo e predisposto ad accogliere molteplici tipologie di turismo; svariate sono le sue peculiarità e di riflesso tante sono le soluzioni che si possono progettare per soddisfare il turista a seconda di ogni interesse specifico.

E naturalmente con l’ambizione che un numero sempre maggiore di turisti rimanga affascinato dalla Valsesia e dal Vercellese: il miglior riconoscimento per l’impegno di ATL e soprattutto per le bellezze ambientali, artistiche ed enogastronomiche del territorio.

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Varallo sorge lungo le rive del fiume Sesia ed è diviso in due parti dal torrente Mastallone, suo affluente.

La città unisce attività industriali e turistiche ed è dominata dal Sacro Monte di Varallo, uno dei maggiori luoghi di culto del Piemonte, che attira annualmente migliaia di turisti.

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Il polo astronomico “Don Giovanni Capace” è costituito dall’osservatorio e dal planetario. L’osservatorio si trova posizionato sulla parte più alta del palazzo municipale (via Senta 22), il planetario a poca distanza da esso in una piazzetta vicina. La cupola dell’osservatorio misura circa 5,5 metri. Il telescopio principale è dotato di un riflettore Ritchey-Chretien del diametro di 60 cm in grado di scorgere astri più deboli del pianeta Plutone. Il telescopio principale è affiancato a altri due rifrattori, un acromatico ed un apocromatico. Sono strumentazioni ideali per osservare oggetti celesti della nostra galassia come pianeti, nebulose, ammassi stellari ed altre galassie più lontane.

Il planetario, inaugurato nell’ottobre del 2010, ha la possibilità di accogliere 54 visitatori per volta. Esso consente di osservare la sfera celeste e i suoi fenomeni proiettati sulla cupola anche durante il giorno e con qualsiasi condizione climatica ed atmosferica. Scopo principale dell’attività del Polo Astronomico è la divulgazione della materia scientifica attraverso l’organizzazione di osservazioni e visite guidate, di conferenze, seminari e “star party”. L’attività è diretta a tutti coloro che vogliono avvicinarsi all’astronomia, con particolare riguardo ai ragazzi della Scuola Primaria e Secondaria.

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Dal 1912 Pino Torinese è sede dell’Osservatorio Astronomico qui trasferito da Torino. Da allora il nome di Pino è stato spesso abbinato a quello di questa importante istituzione scientifica di rilievo internazionale. Anche le caratteristiche strutture che ospitano i telescopi dell’Osservatorio sono entrate nel panorama più noto del nostro paese.

[Fonte: http://www.comune.pinotorinese.to.it/]

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L’Associazione Astrofili Urania, proprietaria dell’osservatorio è un’associazione di appassionati dell’astronomia, chiunque può diventare socio pagando la quota annuale. L’osservatorio è aperto per i soci tutti i lunedì non festivi (dalle ore 21 in poi).

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Elenco location

  • Laboratorio Chimico Camera Commercio Torino

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    Presidio Territoriale di Cortereggio

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  • Slow Food

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    Presidio Territoriale di Cortereggio

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  • Cortereggio

    Cortereggio

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  • Comunità Montana Valli Orco e Soana

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    Wi-Pi VOS

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  • Istituto Tecnico Industriale Statale “Giacomo Fauser”

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    Dimostratore di Novara

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  • Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro” – Istituto di Informatica

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    Dimostratore di Novara

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  • Comune di Borgofranco d’Ivrea

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    BorgoLab

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  • Istituto Comprensivo di Montegrosso

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    Smart Valley

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  • Scuola Secondaria di Primo Grado “Costanzo Zandrino”

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    Smart Valley

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  • Comune di Mombercelli

    Comune di Mombercelli

    Smart Valley

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  • Comune di Agliano Terme

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  • Scuola Primaria Statale “Eligio e Maria Ferro”

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  • Comunità Collinare Val Tiglione e dintorni

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  • Comune di Cuneo

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    CentraLab

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  • Orto Botanico di Torino

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    Ortobotanico

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  • Scuola Primaria di Cisterna d’Asti

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    RoeroLAB

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  • Associazione Franco Casetta

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  • Ecomuseo delle Rocche del Roero

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  • Museo Arti e Mestieri di un Tempo

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  • Comune di Cisterna

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  • Comunità Montana Valsesia

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    ViviValsesia

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  • Biblioteca Civica “Farinone Centa”

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  • Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte di Varallo

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  • Pinacoteca di Varallo

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  • ATL Valsesia Vercelli

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  • Comune di Varallo

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  • Osservatorio Astronomico di Alpette

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    Astronomia in rete per la divulgazione scientifica

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  • Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio Astrofisico di Torino

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    Astronomia in rete per la divulgazione scientifica

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  • Osservatorio Astronomico Val Pellice

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